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Benito Mussolini Statista e Dittatore italiano

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    Lewis Allan “Lou” Reed

    Nato New York, 2 marzo 1942

    Morto Southampton, 27 ottobre 2013

    Causa Cancro al fegato

    Cantore al contempo crudo e ironico dei bassifondi metropolitani, dell’ambiguità umana, dei torbidi abissi della droga e della deviazione sessuale, ma anche della complessità delle relazioni di coppia e dello spleen esistenziale, Lou ha finito con l’incarnare lo stereotipo dell’Angelo del male, immagine con cui ha riempito i media per oltre tre decenni divenendo una delle figure più influenti della musica e del costume contemporanei.

    Con i Velvet Underground, fondati nella sua New York a metà anni sessanta insieme al musicista d’avanguardia John Cale, pur non riscuotendo alcun successo commerciale ha rivoluzionato per sempre i dettami della musica rock, gettando le basi per quell’estetica nichilista che anni dopo sarebbe stata ribattezzata Punk. Dopo lo scioglimento del gruppo ha avviato una lunga e proficua carriera solista, che può vantare album storici come Transformer (prodotto da David Bowie), il concept album Berlin, il live Rock N Roll Animal e l’album-provocazione Metal Machine Music.

    Celebri e imitatissimi il suo look divenuto un marchio di fabbrica (giacca di pelle nera, jeans e Ray-Ban scuri), la sua voce apatica e apparentemente monocorde, il suo stile chitarristico abrasivo e dissonante.

    Lo racconta Laurie Anderson.”La gente ha un’idea di Lou come di un duro con la giacca di pelle che cantava canzoni veramente trasgressive. Ma era anche l’uomo meticoloso che conservava tutti gli scontrini e la persona più dolce e tenera che ho conosciuto in vita mia”. La vedova racconta lo sforzo titanico fatto per decidersi a rendere disponibili gli archivi del cantante. Dopo due anni di lavoro di catalogazione e a sei dalla morte, la New York Public Library li ha aperti. Sono oltre 600 ore di musica, tra cui i nastri di “Pale Blue Eyes” e “Sweet Jane” e una versione acustica di “Don’t Think Twice, It’s All Right” di Bob Dylan, e poi appunti, fotografie, poster, disegni e la collezione personale di LP dell’autore di “Perfect Day”.

    Per celebrare l’avvenimento, la biblioteca ha creato un’edizione limitata di seimila card d’ingresso con l’iconica foto di Reed scattata da Mick Rock nel 1972. I contenuti dell’archivio, acquistato dopo che la vedova, Laurie Anderson, ha deciso di condividerlo con un’istituzione che potesse preservare e dar risalto alla legacy del marito, sono disponibili nella sede distaccata della Library a Lincoln Center, a poca distanza dagli scaffali dove sono conservate le carte di Arturo Toscanini e una ciocca di capelli di Beethoven. Reed è morto nel 2013 a 71 anni compianto da legioni di ammiratori tra cui David Bowie e il cardinale Gianfranco Ravasi in Vaticano. Prima di andarsene “non aveva mai detto una parola” su cosa fare con le sue cose, ha spiegato al New York Times la Anderson: “Così fu come se mi fosse caduto addosso un palazzo di 15 piani. Una parte di me non voleva staccarsene, ma ha prevalso quella che preferiva rendere questi materiali accessibili a musicisti giovani e a chiunque volesse sapere di più dell’uomo dietro gli occhiali scuri”.

    Inevitabile la scelta di New York come sede dell’archivio, anche se la Big Apple di oggi è una Disneyland in confronto alla città sudicia, pericolosa e corrotta cantata da Reed nel suo quindicesimo album “New York” che nel 2019 compie dieci anni.

    New York, spiega Laurie, era la sua città preferita. E se i fan correranno consultare la parte musicale dell’archivio, Laurie vorrebbe anche che fosse data attenzione ai disegni del fondatore dei Velvet Underground sul tai chi, l’arte marziale interiore a cui si era appassionato negli ultimi anni di vita: “Tanta gente non sa che importanza ha avuto per lui”. L’uomo dietro gli occhiali scuri: le carte documentano il progetto di un film con Martin Scorsese che non andò mai in porto e la corrispondenza ammirata con Vaclav Havel che contribuì a diffondere il vangelo sovversivo dei Velvet Underground nella Praga dietro la cortina di ferro.I fossili di una vita “on the road”: ricevute per un panino al Tokyo Hilton e un registratore acquistato in Arizona.

    Ci sono alcuni musicisti, molto famosi, che sono stati protagonisti di lunghe, immortali e passionali storie d’amore, andando così un po’ in contrasto con quelli che dovevano essere i canoni (alcuni molto discutibili) che riguardavano la vita privata delle rockstar.

    Infatti, nel mondo del rock, è l’immagine del musicista dannato quella destinata a trionfare sui titoli delle prime pagine, mentre per quanto riguarda l’amore, vediamo molto spesso fans, giornalisti e manager, che si dimostrano da sempre più propensi a sposare il loro idolo che in campo sentimentale non coltiva grandi amori o lunghe relazioni, ma che si trasforma in un rubacuori, lasciandosi andare in inconcludenti e molteplici flirt, convivenze violente avvelenate dall’uso di droghe e/o alcol a volontà, oppure che finisce in manette per condotte impetuose conseguenti a cocenti ma passeggere delusioni amorose.

    D’altronde le notizie di amori duraturi e felici che sono riusciti a funzionare nel tempo sembra non facciano lo stesso audience, quasi come fossero scontati o peggio, poco interessanti. Eppure ci sono molti esempi“illustri” , come nel caso della forse più famosa storia d’amore rock, andata avanti poco più di 12 anni,quella  tra John Lennon e Yoko Ono, che fu, come ben noto, interrotta dall’omicidio del celeberrimo artista nel 1980. Oppure quella tra un altro Beatles George Harrison, che amò la sua Olivia per ben 23 anni dal 1978 al 2001, anno della sua morte.

    Ci sono tante altre storie d’amore famose nel mondo del rock, e solo per citarne alcune, vengono in mente quella tra Paul McCartney Linda Eastman che rimasero insieme ben 29 anni, fino alla morte di lei, quindi dal 1969 fino al 1998. Quella di Bruce Springsteen sposato con la brava cantautrice Patti Scialfa da ben 29 anni, quella del leader degli U2Bono Vox felicemente sposato dal 1982 con la sua compagna di scuola Alison Stewart, quella di David Bowie anch’egli sposato dal 1992 fino alla sua morte (2016) con la modella somala Iman Mohamed Abdulmajid, oppure anche quella molto famosa, la storia d’amore tra Ozzy Osbourne e la sua Sharon, anche loro felicemente sposati fin dal 1982.

    Nel mondo del rock ci sono altrettante storie d’amore, con tanto di essenza immortalata in musica. Stupenda, secondo me, è “Frederick” una canzone scritta e cantata da Patti Smith e dedicata al futuro marito Fred ‘Sonic’ Smith, poi sposato nel 1980. Ma in questa storia della musica, oltre ad innumerevoli canzoni dedicate agli amati, vi sono anche lettere d’amore, come la bellissima (considerata da molti come la più bella lettera d’amore di ogni tempo) “poesia” che Johnny Cash indirizzò all’amata moglie June Carter per il suo 56esimo compleanno.

    Tra tutte, forse perché si tratta di una lettera d’addio, mi ha colpito maggiormente quella scritta da Laurie Anderson nel 2013 per ricordare il suo amato marito Lou Reed.

    La Compagna  Laurie Anderson

     

    “Ho conosciuto Lou a Monaco, non a New York. Era il 1992, e stavamo entrambi suonando con John Zornal Kristallnach Festival in ricordo della ‘Notte dei Cristalli’ del 1938, che ha segnato linizio dellOlocausto. Ricordo (scrive Laurie Anderson) che osservavo le espressioni confuse tra le facce degli ufficiali di dogana mentre il flusso continuo dei musicisti di John Zorn attraversava la dogana, tutti indossavano delle magliette rosse con scritto : ‘Abbiamo ritmo e siamo Ebrei’. John voleva che ognuno di noi incontrasse gli altri e suonasse con gli altri, contrariamente a come si usa nei festival. Ecco perché Lou mi ha chiesto di leggere qualcosa insieme al suo gruppo. Lho fatto, ed era forte e intenso e molto divertente. Dopo lo spettacolo, Lou mi ha detto ‘lo hai fatto nello stesso identico modo in cui lo faccio io!’. Perché aveva avuto bisogno di me per fare un qualcosa che poteva benissimo fare da solo ancora non lho compreso, ma era sicuramente inteso come un complimento.”

    “Mi è subito piaciuto, (continua Laurie Anderson nella sua lettera d’addio) ma rimasi sorpresa che non avesse un accento inglese. Per qualche ragione pensavo che i Velvet Underground fossero inglesi, avevo solo una vaga idea di quello che avessero fatto (lo so, lo so). Venivo da un mondo completamente diverso. E tutti i mondi a New York allepoca (il mondo della moda, il mondo dellarte, il mondo della letteratura, il mondo del rock, il mondo della finanza) erano abbastanza provinciali. In un certo senso sprezzanti. Ancora non legati tra loro. Come poi avemmo modo di scoprire, Lou ed io non vivevamo molto lontano luno dallaltro a New York, e dopo il festival Lou suggerì di vederci. Penso gli sia piaciuto quando ho risposto ‘sì! Assolutamente! Ora sono in tour, ma quando tornerò, vediamo, tra circa quattro mesi, vediamoci sicuramente!’ Andò avanti per un po, e finalmente mi chiese se volevo andare allAudio Engineering Society Convention.

    La Convention è uno dei posti più grandi e importanti dove entusiasmarsi sullultimo equipaggiamento tecnico, E passammo un pomeriggio felice guardando amplificatori, cavi e parlando delle cose elettroniche da comprare. Non avevo alcuna idea che quello dovesse essere un appuntamento, (scrive Laurie Anderson nella sua lettera d’addio) ma quando andammo a prendere un caffè dopo mi chiese ‘vorresti andare al cinema?’. Certo. ‘E dopo di quello a cena?’. OK. ‘E poi una passeggiata?’. Um … da quel momento non ci siamo mai separati.”

    “Lou ed io suonavamo insieme, diventammo migliori amici, e poi compagni, abbiamo viaggiato, ascoltato e criticato il lavoro dellaltro, studiato cose insieme (la caccia alle farfalle, la meditazione, andare in kayak). Facevamo battute ridicole; smesso di fumare 20 volte; combattuto; imparato a trattenere il fiato sottacqua; andati in Africa; abbiamo cantato arie dopera in ascensore; fatto amicizia con persone improbabili; ci siamo seguiti in tour quando è stato possibile; abbiamo avuto una dolcissima cagnolina che suonava il piano; condiviso una casa che era diversa dai nostri rispettivi appartamenti; abbiamo protetto e amato laltro. Andavamo spesso a vedere arte, musica, spettacoli, teatro e ho osservato come amava e apprezzava altri artisti e musicisti. Era sempre così generoso. Sapeva come fosse difficile lambiente. Amavamo la nostra vita (continua Laurie Anderson nella sua lettera d’addio)nel West Village e i nostri amici; e, in tutto ciò, abbiamo sempre fatto tutto nel miglior modo che ci riuscisse.”

    “Come molte coppie, ognuno di noi ha costruito un modo dessere: strategie, e a volte compromessi, che ci hanno permesso di essere parte di una coppia. A volte abbiamo perso un po’ di più di quello che eravamo capaci di dare, o abbiamo ceduto un po’ troppo, o ci siamo sentiti abbandonati. A volte ci siamo davvero arrabbiati. Ma anche quando ero fuori di me, non ero mai annoiata. Abbiamo imparato a perdonarci lun laltro. E in qualche modo, per 21 anni, abbiamo intrecciato le nostre menti e i nostri cuori, insieme.”

    “Era la primavera del 2008. Stavo camminando per strada, in California, mi sentivo abbattuta e parlavo al cellullare con Lou. ‘Ci sono tante cose che non ho mai fatto e che volevo fare’ gli ho detto. ‘Come cosa, per esempio?’ ‘Non so, non ho mai imparato il tedesco, non ho mai studiato fisica, non mi sono mai sposata’ Perché non ci sposiamo?’ mi ha chiesto. ‘Ci incontriamo a metà strada. Arrivo in Colorado. Che ne dici di domani?’ Uhm … non pensi che domani sia un po’ troppo presto?’ No, non lo penso’. E così il giorno dopo ci siamo incontrati a Boulder, in Colorado, e ci siamo sposati nel giardino di un amico di sabato, indossando i nostri normali vestiti da sabato, e sebbene dovessi fare uno spettacolo subito dopo la cerimonia, per Lou andava bene. (quando i musicisti si sposano è come quando si sposano due avvocati. Quando dici ‘accidenti devo lavorare in studio fino alle tre di notte’ o cancelli tutti i tuoi appuntamenti per chiudere il caso, sai esattamente cosa significhi e non fai necessariamente dei salti di gioia…).”

    “Suppongo ci siano molti modi di sposarsi. Alcune persone sposano qualcuno che conoscono a malapena, cosa che può anche funzionare. Quando sposi quello che è anche il tuo migliore amico da diversi anni, dovrebbe esserci un altro nome per chiamare la cosa. Ma la cosa che mi ha sorpreso di più nello sposarmi è come si alteri il tempo. E anche come in qualche modo aggiunga una tenerezza che era, in qualche modo, completamente nuova. Per parafrasare il grande Willie Nelson: ‘Il 90% delle persone in questo modo finisce con la persona sbagliata, ed è questo che fa ancora andare gli juke box’. Lo Jukebox di Lou era pieno di amore e di molte altre cose: bellezza, dolore, storia, coraggio, mistero.”

    “Lou era malato da due anni a questa parte: prima per il trattamento con interferone, una serie di iniezioni ignobili ma spesso efficaci per trattare lepatite C che è equipaggiata con una bella serie di fastidiosi effetti collaterali. Poi è subentrato un cancro al fegato, che si andava a sommare a una forma di diabete in stato avanzato. Abbiamo ottenuto buoni risultati in ospedale. Lui ha imparato tutto quanto su queste malattie e sui rispettivi trattamenti. Ha continuato a fare ‘Tai Chi ‘ ogni giorno per due ore più fotografie, libri, registrazioni, la sua trasmissione radiofonica con Hal Willnere molti altri progetti. Ha amato i suoi amici, e ha chiamato, mandati messaggi, email quando non poteva essere con loro. Abbiamo cercato di comprendere e applicare gli insegnamenti che il nostro maestro Mingyur Rinpoche impartiva (scrive Laurie Anderson nella sua lettera d’addio); specialmente quelli più difficili come ‘devi imparare a padroneggiare labilità di sentirti triste senza in realtà essere triste’.”

    “La scorsa primavera, allultimo minuto, ha ricevuto un trapianto di fegato che sembrava aver funzionato completamente e ha riguadagnato istantaneamente la salute e lenergia. Poi anche quello ha cominciato a funzionare male, e non cera via di scampo. Quando il dottore ha detto: ‘E’ finita. Non ci sono più opzioni’, lunica parte che Lou ha sentito era ‘opzioni’. Non si è dato per vinto fino allultima mezzora della sua vita, quando improvvisamente lo ha accettato: allimprovviso e completamente. Eravamo a casa. Lo avevo portato via dallospedale qualche giorno prima. E anche se era molto debole, ha insistito per uscire fuori nella luce accecante del mattino.”

    Come persone use alla meditazione, eravamo preparati per questo: come muovere lenergia dalla pancia fino al cuore e poi spingerla fuori dalla testa. Non ho mai visto unespressione così piena di meraviglia come quella di Lou quando è morto. Le sue mani stavano facendo la forma 21 del Tai Chi, quella dellacqua che scorre. I suoi occhi erano spalancati. Stavo tenendo tra le braccia la persona che amavo più di ogni altra cosa al mondo e le parlavo mentre moriva. Il suo cuore ha smesso di battere. Non aveva paura. Ero riuscita a camminare con lui fino alla fine del mondo. La vita – così bella, dolorosa e spettacolare – non può dare qualcosa più di questo. E la morte? Penso che lo scopo della morte sia la realizzazione lamore. Al momento, non posso che essere piena di gioia e sono così orgogliosa del modo in cui ha vissuto e in cui è morto, della sua incredibile potenza e grazia.”

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