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    Giulio Andreotti, il maestro della politica Italiana

    Politico italiano

    Nato a Roma Martedì 14 gennaio 1919

    Morto a Roma  Lunedì 6 maggio 2013  (a 94 anni)

    Nacque a Roma, in via dei Prefetti, il 14 gennaio 1919 da Filippo Alfonso, giovane maestro elementare, e da Rosa Falasca, casalinga. Era, dopo Francesco (1913) ed Elena (1916), l’ultimo figlio della coppia.Rimasto orfano del padre, morto per la ‘febbre spagnola’ nel 1921, Giulio crebbe con la madre e la zia Mariannina, che lo indirizzarono a una religiosità popolare, rafforzata dalle frequentazioni della parrocchia di Santa Maria in Aquiro, della Congregazione mariana di S. Andrea al Quirinale, e da quelle estive del paese dei genitori, Segni, dove strinse un rapporto molto forte con il vescovo Alfonso Maria De Sanctis. Quando morì, nel 1934, la sorella Elena, si recò a Todi per incontrare De Sanctis con l’idea, poi declinata, di prendere i voti.

    Negli anni del Liceo frequentò varie confraternite di preghiera come pure la Lega missionaria studenti. Nel 1937, terminati gli studi svolti prima al Visconti e poi al Tasso, si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza della Sapienza di Roma, rinunciando a iscriversi a medicina per l’obbligo di frequentare i corsi. Desideroso di contribuire al bilancio familiare, si procurò infatti un modesto stipendio come applicato all’Ufficio ministeriale per l’Imposta sui celibi. Si associò poi alla FUCI (Federazione universitaria cattolica italiana), scelta naturale per un giovane cattolico anche se non conosceva allora l’esperienza del Partito popolare italiano (cfr. Andreotti, 1986, p. 12); la stessa FUCI in quel momento mirava sì a conservare una sua autonomia culturale, ma dentro e non contro il fascismo.

    Andreotti iniziò sin dal 1939 a collaborare con il foglio Azione fucina, venendo chiamato a dirigerlo dopo pochi mesi, nel 1940, da Aldo Moro allora presidente dell’associazione. Insieme i due, dopo un lungo confronto con gli assistenti spirituali al momento dell’entrata in guerra dell’Italia nel giugno del 1940, redassero una prima pagina ‘patriottica’ che si augurava la vittoria finale.La FUCI non si sottrasse al clima nazionalistico, ma nel corso del conflitto cercò un proprio modello di partecipazione alla guerra rifiutando i miti della violenza rigenerativa e della guerra rivoluzionaria e insistendo sulla carità cristiana e il sacrificio, tanto che alcuni numeri del giornale furono sequestrati.

    Scartato dal corso allievi ufficiali per insufficienza toracica e assegnato ai servizi sedentari come archivista al Collegio medico militare, si laureò nel 1941 con una tesi in diritto canonico e trovò lavoro presso lo studio legale dell’avvocato Rodolfo De Sanctis. Nel 1942 sostituì Moro alla presidenza della FUCI ma ne continuò l’impostazione. La riaffermazione della presenza cristiana nella storia assumeva tuttavia un valore diverso, al pari dei richiami a un ‘nuovo ordine’ cristiano, da creare secondo Andreotti affrontando la questione sociale in termini nuovi. La carità come esperienza di una più autentica fede cristiana, criticando il conformismo esistente pur nella difesa della Chiesa e del suo ruolo guida, fu un suo tema del periodo. Come dimostrano gli scambi di lettere con il fucino Paolo Blasi, soldato nella Slovenia occupata, forte era l’esigenza del rinnovamento della Chiesa, tanto da interrogarsi in chiave problematica, dopo la caduta del regime, sul rapporto tra fascismo e mondo cattolico (cfr. Dagnino, 2017, pp. 196 s.).

    Giulio Andreotti, l'uomo

    Andreotti invitava a riflettere sull’inconciliabilità tra la dittatura e il cristianesimo, assumendo una posizione non esattamente coincidente con quella dei vertici dell’Azione cattolica (AC). Nel Consiglio generale dei primi di settembre del 1943 chiese di guardare con attenzione a quanto avveniva a livello politico, indicando nella Democrazia cristiana (DC) un possibile riferimento. Sin dai primi incontri aveva partecipato alle riunioni organizzate da Giuseppe Spataro – tra gli ex popolari vicini ad Alcide De Gasperi – Sergio Paronetto e il suo gruppo.La personalità di De Gasperi, che aveva già conosciuto casualmente alla Biblioteca Vaticana, lo colpì fortemente: aderì, unico tra i dirigenti della seconda generazione della DC, da subito allo scudo-crociato, anche se con qualche riserva sulle proposte programmatiche delle Idee ricostruttive della Dc.

    Nell’articolo Il problema sociale dell’agosto del 1943 apparso su Azione fucina, scritto da lui anche se firmato Rino Camercanna, chiese infatti profonde riforme economiche per evitare una soluzione rivoluzionaria che altrimenti sarebbe apparsa moralmente legittima (cfr. Andreotti, 1986, p. 25). Il tono preoccupò molto l’allora sostituto segretario di Stato Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI, con cui Andreotti aveva già uno stretto rapporto, che gli mandò un accorato biglietto in cui lo invitava a non allontanarsi dalla Chiesa e dalla sua guida: Andreotti era attento alle posizioni di Franco Rodano e Adriano Ossicini, che aveva aiutato in precedenza e che provò, insieme a Spataro, a coinvolgere nella DC per accentuarne il profilo riformatore. Quando però i due diedero vita alla formazione dei cattolici comunisti, fu lui stesso ad attaccarli con l’accusa di dividere il fronte cattolico in un momento assai difficile.

    C’erano stati infatti l’8 settembre e l’occupazione tedesca, che confermavano ai suoi occhi i limiti dell’Italia prefascista. Fu quindi accanto a De Gasperi nel Comitato di liberazione nazionale (CLN) clandestino a Roma e firmò, nel dicembre del 1943 sul Popolo con lo pseudonimo uno del ’19, un editoriale in cui si esortavano i giovani italiani alla lotta armata contro i tedeschi e i fascisti, invocando una ricostruzione democratica dello Stato, con una forte attenzione al sociale e con il rifiuto di ogni totalitarismo. Prima aveva collaborato alla stesura del Codice di Camaldoli e anche nella FUCI, dopo la nomina a direttore generale di padre Gilla Vincenzo Gremigni, fu tra i protagonisti della formazione culturale dei giovani iscritti. Ad aprile, quando a Roma fu aperta una scuola sociale organizzata dall’AC, insieme a Giorgio La Pira, Ezio Vanoni, Pasquale Saraceno e altri, tenne un corso di Istituzioni di diritto, sostenendo una forte revisione dell’ordinamento economico attraverso l’intervento dello Stato, ispirata alla dottrina sociale della Chiesa.

    L’iniziativa fu abbandonata, data l’attenzione dei tedeschi, ma con la liberazione di Roma (giugno 1944) il richiamo della politica si fece più pressante. Anche se partecipò a metà giugno alla settimana di formazione dei dirigenti di AC, a fine mese Andreotti comunicò di voler lasciare la FUCI, optando per il lavoro di giornalista a Il Popolo. Alla consulta generale dell’AC di luglio fu comunque incaricato di redigere l’ordine del giorno sul rapporto con la politica, in cui si sosteneva la necessità di favorire un indirizzo unitario dei cattolici verso una unica forza di ispirazione cristiana, la quale non poteva che essere, a quel punto, la DC. Nel Consiglio nazionale del Partito, Andreotti fu eletto a fine mese dal Congresso di Napoli, che vide riuniti i delegati delle province liberate, mentre il 19 agosto De Gasperi lo nominò delegato nazionale dei gruppi giovanili.

     

    NELLA DC ACCANTO A DE GASPERI

    Nel nuovo ruolo cercò di smussare i toni radicali prevalenti tra i giovani, specie a Roma, ma difese (inutilmente) la necessità di una loro organizzazione autonoma.

    Per questo fu accusato di essere un ‘giovane vecchio’, legato al conservatorismo degasperiano. In realtà nei suoi articoli spiegò che la DC doveva farsi promotrice, a livello sociale, di un progetto riformatore ma anche garantire una transizione ordinata verso il sistema democratico.

    Da qui la sua difesa di un ‘agnosticismo istituzionale’, anche se al primo convegno dei gruppi giovanili della DC, tenuto a Roma nel luglio del 1945, accettò l’orientamento filo-repubblicano dei partecipanti. Mantenne ferma l’indisponibilità a un anticomunismo solo negativo, insistendo sull’attenzione verso i ceti medi, sia cattolici sia laici, e sull’idea degasperiana della DC come perno centrale del sistema politico, accusando il Partito comunista italiano (PCI) di un’adesione strumentale alla democrazia e di subordinare gli interessi italiani alla politica estera dell’URSS, come dimostrava la vicenda di Trieste. Qualche mese prima, il 16 aprile, aveva sposato a Roma, presso la cappella delle suore benedettine di Priscilla, Livia Danese, laureata in lettere antiche e insegnante che avrebbe lasciato il lavoro per dedicarsi alla famiglia, nipote di monsignor Giulio Belvederi che officiò il rito. I due si erano conosciuti grazie a Lamberto Belvederi, cugino di Livia e legato a Giorgio Ceccherini, amico di Andreotti sin dai tempi del liceo e uno dei suoi principali collaboratori fino alla morte, nel 1980. Dalla loro unione sarebbero nati quattro figli: Maria Elena (1946), Lamberto (1950), Stefano (1952) e Serena (1954).

    Eletto alla Costituente nel 1946, su indicazione di De Gasperi accolse la definizione della DC come ‘partito di centro che guarda a sinistra’ e difese l’alleanza tra i grandi partiti di massa, in vista della firma del Trattato di pace e della stesura della Carta costituzionale. In questa vedeva un passaggio importante per creare un quadro di regole condivise che permettesse riforme sociali realizzate in modo pacifico. Affacciò poi il tema del ‘post-fascismo’, ovvero della necessità di superare la stagione ‘ciellenistica’, con una proposta alle masse moderate legate al passato ma da inserire nella vita democratica. Da qui la sua posizione sull’epurazione, da limitare a pochi compromessi esponenti del fascismo, per evitare una frattura tra l’Italia democratica e quella più nostalgica.

    Con il deteriorarsi del quadro internazionale, tra i dirigenti della DC fu tra i più convinti della rottura con i social-comunisti voluta da De Gasperi, che gli fece scrivere l’articolo Il tripartito no, uscito il 23 maggio 1947 su Il Popolo, che poneva fine all’alleanza tra i tre grandi partiti di massa. Nel governo centrista che si formò subito dopo, il IV di De Gasperi, Andreotti fu chiamato alla segreteria della Presidenza del Consiglio con il compito di coordinare i rapporti con i ministri e i gruppi parlamentari ma anche seguire l’Ufficio zone di confine e settori come lo sport, lo spettacolo e il cinema. Pur tenendo conto delle richieste del mondo cattolico, sostenne con appositi provvedimenti il cinema italiano e perseguì un suo progetto di ‘neorealismo cristiano’, convinto che la DC dovesse porsi su un piano ‘propositivo’ e non solo ‘censorio’. Non mancarono tuttavia critiche per suoi interventi repressivi o discriminatori e polemiche su film come Miracolo a Milano (cfr. Sedita, 2012) e in generale su Vittorio De Sica e il neorealismo.

    Andreotti era diventato infatti uno degli uomini più in vista della DC, come confermarono le elezioni politiche del 1948 in cui fu candidato, subito dopo De Gasperi, al secondo posto nel collegio laziale, ottenendo un grande successo personale, specie nel Lazio meridionale, inserito nell’area di intervento della Cassa del Mezzogiorno (cfr. Andreotti, 2005, p. 165). Già allora fu oggetto di attacchi della stampa satirica, specie di destra, con vignette sul giovane ‘Andreottino’ che irretiva De Gasperi, ma anche in casa DC ci fu preoccupazione per i molti ruoli che ricopriva, persino in suoi estimatori come Spataro. Contribuì a questo clima il suo attacco ai dossettiani, accusati dopo il congresso democristiano di Venezia del 1949 su Il Popolo di volere un sistema di integralismo cristiano.

    La lunga notte della Repubblica secondo Giulio Andreotti. | SPAZIO70

    Ad allontanarlo da Giuseppe Dossetti, più che le riforme sociali che in parte condivideva e su cui nel corso del 1950 fece fronte comune contro la destra interna e i liberali, era la concezione del Partito. Andreotti restava convinto che la DC dovesse privilegiare, specie dopo le elezioni del 18 aprile 1948, la sua dimensione ‘statale’ e rafforzare il suo ruolo di partito nazionale. Per svolgere tale compito doveva superare la divisione in correnti. Per questo dopo le elezioni amministrative del 1951, che segnarono un preoccupante campanello d’allarme, al Consiglio nazionale di Grottaferrata propose un ordine del giorno che ribadiva il divieto delle correnti e chiese una direzione centrista. Benché approvata, la proposta non mutò la fisionomia interna della DC e fu lo stesso De Gasperi a chiamare in direzione, anche se non al governo, i dossettiani. I contrasti si riaccesero in estate, in seguito alle dimissioni del ministro del Tesoro Giuseppe Pella, molto osteggiato dalle sinistre interne. Nella crisi che ne seguì Andreotti arrivò a chiedere, tra la sorpresa generale, l’ingresso di Dossetti nell’esecutivo, parendogli il coinvolgimento al governo dei principali capi interni l’unica strada per rinsaldare l’unità della DC. De Gasperi scelse un’altra via e, dopo aver confermato Pella, portò dalla sua Amintore Fanfani, che accettò l’Agricoltura.

    Mentre Dossetti di lì a poco lasciava la politica, una parte dei suoi sostenitori si avvicinava quindi al presidente del Consiglio, che dava vita al suo VII governo. Nella redistribuzione delle deleghe, nonostante i sottosegretari fossero ora quattro invece di due, Andreotti ne mantenne alcune fondamentali, come le zone di confine contese, difendendone ‘l’italianità’ con finanziamenti a partiti ‘nazionali’, associazioni e giornali locali. Per Trieste sostenne sempre la linea, condivisa con De Gasperi ma non dalla DC locale, di un accordo con il Movimento sociale italiano (MSI), sostenendo anche alcuni gruppi militanti.

    Si trattava però di un’eccezione: a livello nazionale le continue oscillazioni dei partiti minori, in particolare dei socialdemocratici, lo fecero guardare ai monarchici, ai quali però chiedeva di rompere con i missini. Andreotti era infatti contrario alle posizioni del ‘partito romano’, tanto che si servì delle sue relazioni con la Curia per sostenere De Gasperi e arrivando, dinanzi alla ‘Operazione Sturzo’ del 1952, a scrivere la nota lettera al papa per scongiurare la prospettata lista unica con le destre per il Comune di Roma, che doveva essere guidata dallo stesso Sturzo. Accettato obtorto collo dalla DC, il progetto fallì per l’irrigidimento di missini e monarchici ma il voto amministrativo confermò la loro forza, specie al sud. Ciò spinse la DC a scegliere la via della riforma elettorale con la ‘legge truffa’, che Andreotti difese con forza sulla stampa perché il premio era dato all’alleanza che avrebbe ottenuto la maggioranza assoluta su base proporzionale. Il quorum però non scattò e alla fine fu Pella a formare un governo della DC con il Partito liberale italiano (PLI) e sostenuto dai monarchici. Andreotti ancora sottosegretario ne moderò gli accenti bellicosi in politica estera in accordo con De Gasperi, il cui avvicinamento a Iniziativa democratica (ID), la corrente nata intorno a Fanfani, lo trovò però contrario, tanto che diede vita nel gennaio del 1952 con Attilio Piccioni, Pella e Giuseppe Togni, al periodico Politica popolare, subito sospeso su richiesta del segretario nazionale Guido Gonella.

    Da quel momento, come scrisse a De Gasperi, non si occupò del Partito ma il suo giudizio su ID come sulla Base e i ‘vespisti’ (la corrente moderata guidata da Carmine De Martino) restò negativo, delineando a suo avviso le correnti un Partito troppo ideologico. Per questo, pur collaborando con ID nell’elezione di De Gasperi a segretario della DC nel settembre del 1953 e poi a quella di Moro a capogruppo della DC alla Camera nel gennaio del 1954, al Consiglio nazionale del 20 marzo dello stesso anno si disse convinto che una interpretazione rigida del centrismo su cui si reggeva il nuovo governo di Mario Scelba rischiava di imprigionare la DC.

    Decise perciò di presentare al congresso nazionale di giugno a Napoli una sua lista, Primavera, con a capo De Gasperi. Capolista anche di ID, il leader trentino, che aveva deciso di lasciare la segreteria a Fanfani, chiese all’ ‘iniziativista’ Mariano Rumor, di far avere alcuni voti congressuali ad Andreotti, che fu così eletto in Consiglio nazionale.

    C'era una volta Giulio Andreotti. Il ritratto di Massimo Franco -  Formiche.net

    UN SIMBOLO DEL POTERE DEMOCRISTIANO: DA CONCENTRAZIONE A IMPEGNO DEMOCRATICO (1954-1968)

    La morte di De Gasperi, il 19 agosto 1954, lasciò isolato Andreotti, tanto che in diversi pronosticarono la sua fine politica. Andreotti invece reagì: nel gennaio del 1955 uscì il primo numero di Concretezza, la rivista quindicinale di cui rimase direttore sino alla chiusura, nel 1976, e soprattutto fu tra gli organizzatori di un ampio fronte tra vari oppositori di Fanfani, da Gonella ad Antonio Segni.

    Fu il gruppo di Concentrazione che in occasione del voto per la Presidenza della Repubblica, contro il candidato ufficiale della DC, Cesare Merzagora, riuscì a far eleggere Giovanni Gronchi, con Andreotti che resistette alle pressioni americane e vaticane per le possibili ripercussioni in politica estera. In quella occasione fece avere al papa un lungo memoriale, in cui spiegava la sua posizione mettendo sotto accusa Fanfani e Scelba. Quando Scelba fu sostituito alla guida del governo da Segni, con cui Andreotti aveva da tempo un rapporto molto stretto, andò, dopo essere stato nel 1954 ministro dell’Interno per qualche giorno nel I governo Fanfani poi sfiduciato, alle Finanze. In quel dicastero mostrò attenzione per i ceti medi, il mondo delle professioni ma anche per le imprese, chiedendo più volte una semplificazione del sistema fiscale. Significativo fu l’impegno contro l’evasione fiscale, in particolare con la legge contro il contrabbando di prodotti petroliferi del 27 giugno 1957, e il compimento della riforma preparata dal suo predecessore, il socialdemocratico Roberto Tremelloni, compresa la tassazione dei guadagni di borsa, anche se poi dinanzi alle proteste del settore rivide la norma depotenziandola con una circolare.

    Giulio Andreotti - Biografia

    Pur rassicurando il mondo imprenditoriale, anche quando occupò tra il 1958 e il 1959 il Tesoro con il II governo Fanfani, non rinunciò a difendere l’intervento straordinario nel Mezzogiorno, al pari di altri strumenti statali di governo dell’economia, ritenuti idonei a sostenere lo sviluppo delle aree più arretrate del Paese. Grazie alla Cassa del Mezzogiorno aveva consolidato il proprio consenso elettorale nel Lazio, punto di forza di Primavera, a capo della quale interloquì con Fanfani al congresso di Trento del 1956, finché il segretario nazionale non cominciò a guardare ai socialisti. Per Andreotti invece la DC doveva occupare il centro, evitando alleanze precostituite che ne inficiassero il ruolo di baluardo contro le estreme, dal MSI al PCI e al Partito socialista italiano (PSI). Per svolgere tale funzione i cattolici dovevano restare uniti rivendicando la propria anima sociale.

    Lo slogan del ‘progresso senza avventure’, con cui lo scudo crociato si presentò alle elezioni del 1958, rappresentò bene la sua posizione. La DC doveva guidare la ‘modernizzazione tranquilla’ del Paese. Le Olimpiadi del 1960 diedero in mondovisione una immagine positiva e moderna di Roma: furono da lui volute e sostenute in questa prospettiva e mutarono il volto della capitale italiana. Andreotti, che fu il presidente del comitato organizzatore, arrivò all’evento come il politico italiano più votato, avendo conquistato alle politiche di due anni prima 227.007 suffragi personali.

    Intanto era andato alla Difesa con il II governo Segni, battendosi per un atteggiamento ‘forte’ in politica estera. La distensione gli appariva infatti un risultato della fermezza della NATO, per cui sostenne la necessità di aumentare le spese militari italiane nel quadro del riarmo atlantico facendosi promotore dell’installazione dei missili Jupiter nel 1959. Dopo la loro rimozione nel gennaio del 1963, sotto il IV governo Fanfani, rilanciò l’idea di una forza multilaterale di navi, anche italiane, che schierasse nuovi missili nucleari, i Polaris. In quella fase rinsaldò il rapporto con gli americani, anche se non ebbe con tutti la stessa sintonia. Con l’amministrazione Kennedy ci fu un’intesa minore, tanto che nelle carte del presidente americano per il suo viaggio europeo era definito un nazionalista italiano poco favorevole agli USA (cfr. Nuti, 1999, p. 609). Pesavano forse le sue perplessità sul PSI, che accrebbero anche la distanza da Fanfani. Quest’ultimo nella vicenda Giuffrè, un faccendiere romagnolo che aveva raccolto denaro specie presso istituti religiosi finendo poi in bancarotta, aveva difeso Andreotti con poca convinzione – dopo la pubblicazione di un memoriale rivelatosi poi falso – da figure legate all’entourage del socialdemocratico Luigi Preti, suo successore alle Finanze.

    Al momento della divisione di ID, Andreotti sostenne allora Moro appoggiandolo prima nell’elezione a segretario e risultando poi determinante per la vittoria congressuale a Firenze nel 1959. Restò tuttavia un sostenitore del centrismo, come dimostrò il suo atteggiamento in occasione del governo Tambroni (1960). Confermato alla Difesa, nell’esecutivo spinse per superarne il carattere ‘amministrativo e contingente’, tanto da premere sul PLI e contando sul sostegno di Confintesa, l’organizzazione unitaria tra le categorie imprenditoriali creata dal presidente Alighiero De Micheli, per averne l’appoggio in Parlamento.

    File:Bettino Craxi e Giulio Andreotti.jpg - Wikipedia

    L’impegno di Andreotti si spiegava con la salvaguardia della centralità della DC, ma dinanzi all’idea di Moro di un confronto obbligato con il PSI, si convinse che l’obiettivo fosse ‘moderare’ quel passaggio, rendendolo accettabile al grosso dell’elettorato della DC. Ciò aiuta a capire il suo sostegno a Moro anche quando fu informato, già nel febbraio del 1961, delle preoccupazioni del cardinale Giuseppe Siri per l’apertura a sinistra. Al congresso di Napoli del 1962, che sancì l’accettazione dell’alleanza con il PSI, Andreotti andò da oppositore in accordo con Scelba, conquistando circa il 20% dei delegati, ma mantenne un atteggiamento collaborativo, come dimostra lo scambio di lettere con Moro, che peraltro riequilibrò l’apertura a sinistra con l’elezione di Segni a presidente della Repubblica (11 maggio 1962). Andreotti fu favorevole all’operazione e, dopo le politiche del 1963, decise di restare alla Difesa nell’esecutivo dello stesso Moro, garantendo la nuova coalizione sul versante della politica estera. Su tali basi costruì un solido rapporto con le burocrazie militari e ministeriali, che continuarono a informarlo di quanto avveniva a livello NATO anche quando passò all’Industria nel febbraio del 1966 con la crisi del II governo Moro.

    Per tali legami Andreotti finì sul banco degli accusati quando, nel 1967, emerse la vicenda della schedatura di massa realizzata dal SIFAR (Servizio informazioni forze armate) e il ruolo svolo dal generale Giovanni De Lorenzo nella crisi del 1964 tra i due governi Moro. Andreotti sostenne di non conoscere i fatti specifici, anche se stando a un rapporto della CIA si era occupato di recuperare i fascicoli diffamatori, ma ammise le illegalità pur ribadendo che i materiali raccolti non erano stati utilizzati per fini non istituzionali.

    Pur accettando la sostituzione di De Lorenzo, difese questa posizione ancora nel febbraio del 1968, quando ricordò che i servizi segreti militari, riorganizzati nel SID, non potevano essere oggetto di un’inchiesta parlamentare. A quel punto era entrato, dal congresso del 1964, tra i dorotei, che tre anni dopo a Milano vedevano confermata la loro maggioranza, operando per rendere accettabili le riforme del centro-sinistra all’elettorato moderato. Non ostacolò quindi la nazionalizzazione dell’energia elettrica ma chiese di correggere alcuni provvedimenti legislativi, come dimostra il suo atteggiamento dopo i gravi fatti della frana di Agrigento (19 luglio 1966) rispetto alla legge urbanistica (la ‘legge ponte’), approvata in attesa di una riforma generale, mai più arrivata.

    DALL’EMARGINAZIONE ALLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO: IL LUNGO DECENNIO 1969-1979

    Se il voto politico del 1968 sembrò consolidare le posizioni della DC, il forte regresso dei socialisti unificatisi nel Partito socialista unitario (PSU) complicò il ritorno del centro-sinistra, a cui si arrivò solo a dicembre con un esecutivo guidato da Rumor. Per la prima volta dal 1955 Andreotti non compariva tra i ministri, a riprova della volontà di rilanciare l’alleanza con i socialisti da parte della DC, scossa dalla proposta morotea della ‘strategia dell’attenzione’ al PCI e ai cambiamenti della società italiana, compreso il movimento degli studenti.Nell’ottobre del 1969 ID, che riuniva i dorotei, si sciolse cogliendo di sorpresa (a leggere lo scambio con Rumor) Andreotti, che era stato tra i più critici verso Moro, considerando il ’68 studentesco e poi il ’69 operaio legati al marxismo e quindi potenzialmente pericolosi.

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    Eletto capogruppo della DC alla Camera con l’idea di relegarlo a un ruolo minore, Andreotti tornò invece protagonista. Ribadì il nesso DC-democrazia ricordando che le richieste che venivano da nuovi e vecchi attori sociali, di per sé non da respingersi, dovevano esprimersi attraverso le forme previste dalla Costituzione, e si mostrò attento alle posizioni del Vaticano sul divorzio. Spinse infatti il gruppo parlamentare a impegnarsi a fondo nella battaglia in aula, al fine di dimostrare che la DC aveva valori non negoziabili, come ribadì nel novembre del 1969 in un importante discorso contro la legge Fortuna-Baslini sul divorzio. Fece però distinzione tra la legge e il piano del governo, proponendo al fronte laico la limitazione del divorzio ai matrimoni civili. Fu quindi il campione dell’Italia moderata, difendendo la polizia dopo i gravi fatti di Battipaglia (9 aprile 1969), ma pure un sostenitore del Parlamento, tanto da definire il ruolo di capogruppo «politicamente parlando, forse il più qualificante» mai svolto (Andreotti, 1996, p. 113).

    In effetti tra il 1969 e il 1970 furono approvate riforme importanti (Statuto dei lavoratori, Regioni, aumento delle pensioni) anche grazie alla sua interlocuzione con il capogruppo del PSI, Luigi Bertoldi, e con il comunista Paolo Bufalini, rafforzata dalla modifica dei regolamenti parlamentari. Peraltro, subito dopo la strage di piazza Fontana (12 dicembre 1969), Andreotti aveva fatto asse con Moro e le sinistre interne contro l’ipotesi delle elezioni anticipate, inizialmente accarezzata da Rumor, rimasto impressionato dalla reazione popolare all’attentato neo-fascista di Milano. Lo stesso primo incarico di presidente del Consiglio, nell’estate del 1970, si arenò perché considerato, dal Partito socialista democratico italiano (PSDI) ma anche dentro la DC, troppo spostato a sinistra. Per Andreotti occorreva difendere la centralità democristiana ma, come chiarì in uno scambio epistolare con Edgardo Sogno nel luglio del 1971, sempre nel quadro della Costituzione vigente, a suo avviso la più adatta alle esigenze del Paese (cfr. Formigoni, 2016, p. 413).

    Nonostante questa posizione, Andreotti è stato accusato di aver avallato irregolarità volte a coprire il coinvolgimento degli ambienti militari legati all’oltranzismo atlantico nel tentativo, poi rientrato, di golpe del Fronte nazionale di Junio Valerio Borghese nel dicembre del 1970 (cfr. L’Italia delle stragi…, 2019, pp. 56 s.) o addirittura, seguendo alcune testimonianze processuali, di essere collegato all’organizzazione Rosa dei Venti (p. 95).

    Di certo il tentativo di Borghese non era sconosciuto agli americani, che ne ebbero notizia in anticipo e lo osteggiarono, preferendo un ritorno al ‘centrismo’ (cfr. Gentiloni, 2009, p. 49). Fu questa la direzione in cui si mosse proprio Andreotti dopo l’elezione, per certi versi inaspettata, a presidente della Repubblica di Giovanni Leone con il voto decisivo di liberali e missini. Caduto il governo Colombo, nel 1972 Andreotti formò un monocolore democristiano che, sfiduciato, portò il Paese al voto anticipato, mentre la DC guidata da Arnaldo Forlani, con lo slogan degli ‘opposti estremismi’ mantenne le posizioni di quattro anni prima, contenendo la crescita del MSI.Dopo il voto Andreotti apparve il candidato naturale a guidare il governo centrista che la DC formò con il Partito repubblicano (PRI), il PSDI e il PLI, governo considerato da alcuni studiosi il punto di arrivo di un progetto di stabilizzazione conservatrice, mentre per altri non si discostò molto dall’indirizzo sino allora portato avanti dal centro-sinistra.

    Radici. Il processo a Giulio Andreotti - Vulcano Statale

    Di certo quel governo ebbe l’apprezzamento americano (cfr. Gentiloni, 2009, p. 77) e alcune iniziative di politica estera come il viaggio di Andreotti a Mosca furono realizzate in sintonia con gli USA. In politica interna lo sganciamento del dollaro dall’oro voluto da Nixon nel 1971 portò alla decisione di svalutare la lira, che uscì dal ‘Serpente monetario europeo’ nel febbraio del 1973, e a una politica monetaria espansiva. Erano le premesse del modello economico da cui sarebbe nata la ‘Terza Italia’, con piccole e medie imprese competitive sui mercati internazionali ma in un quadro di grande fragilità finanziaria, come dimostrò la crisi petrolifera e il conseguente peggioramento della bilancia dei pagamenti con l’estero.

    Andreotti si ritrovò presto senza un reale sostegno: sia il PSDI sia Moro dalla primavera del 1973 insistettero sul dialogo con i socialisti, e quando anche Fanfani accettò questa linea, il ‘neocentrismo’, utile a recuperare consensi a destra, fu archiviato. Ratificato a giugno dal congresso della DC l’accordo tra Moro e Fanfani, che tornò alla segreteria, Andreotti restò fuori dal nuovo esecutivo di Mariano Rumor, il IV, quando fu presidente della Commissione esteri della Camera, per rientrare in quello successivo, il V, alla Difesa. Da quel dicastero, di fronte alla recrudescenza dello stragismo neo-fascista con la bomba di Piazza della Loggia a Brescia il 28 maggio 1974 e sul treno Italicus il 4 agosto successivo, in un’azione parallela ma anche concorrenziale a quella di Paolo Emilio Taviani che guidava gli Interni, Andreotti chiuse una tragica stagione di rapporti tra militari e neofascisti rivelando in una intervista a Il Mondo i legami tra Guido Giannettini e i servizi segreti, allontanando Vito Miceli, che ne era la guida, dal SID e inviando ai giudici una importante, ma secondo alcune fonti rimaneggiata, informativa sugli ufficiali implicati nel golpe Borghese poi per questo processati (cfr. Formigoni, 2016, p. 457).

    In una DC in difficoltà nel governo del Paese e uscita sconfitta dal referendum sul divorzio (12 maggio 1974), Andreotti sperava probabilmente di poter svolgere un ruolo condizionante verso la ‘solidarietà nazionale’ con il PCI cercata da Moro. La sua azione contro le trame eversive di destra spinse comunque, nel novembre del 1974 al momento della formazione del IV governo Moro, a spostarlo al Bilancio, incarico che tenne anche nel successivo esecutivo, perché troppo espostosi al pari di Taviani contro l’estremismo di destra (cfr. Formigoni, 2016, p. 461).

    Il calo della DC alle elezioni amministrative del 1975 portò alla sostituzione di Fanfani, condivisa da Andreotti tanto da rompere su questo punto il sodalizio con Emilio Colombo. Fu invece contrario alla scelta di Benigno Zaccagnini come nuovo segretario, confermata al congresso della DC del marzo del 1976. In quell’occasione Andreotti sostenne Forlani, con una parte dei dorotei e Fanfani, in nome della ribadita funzione anticomunista della DC. Proprio come campione dei critici, all’indomani del voto politico del 1976, Andreotti apparve a Moro il candidato migliore per l’esecutivo della ‘non sfiducia’ con il PCI. Dal luglio del 1976 al marzo del 1979 guidò quindi il suo III e il suo IV governo, affrontando l’emergenza terroristica e quella economica (cfr. Gentiloni, 2009, pp. 188-191), per fronteggiare la quale compì un viaggio negli Stati Uniti nel dicembre del 1976 ottenendo un primo aiuto finanziario e poi un prestito dal Fondo monetario internazionale. Coperto a sinistra, «intraprese una rigorosa azione di stabilizzazione basata sull’incremento del prelievo fiscale» (Gualtieri, 2006, p. 190), mentre i sindacati si impegnavano a favorire la produttività e rinunciarono a indicizzare la quota salariale accantonata per il ‘trattamento di fine rapporto’.

    Giulio Andreotti

    Si evitò così la stretta creditizia, mentre la svalutazione del dollaro rispetto al marco tedesco permise alla Banca d’Italia di collocare la lira a un livello intermedio, in modo da acquistare materie prime in dollari e vendere merci finite nell’area del marco. Il governo contenne così l’inflazione, arrivando a un saldo assai positivo della bilancia dei pagamenti, con elevati investimenti, «il che rende la manovra economica 1976-77 un vero e proprio unicum nella lunga serie degli interventi di stabilizzazione attuati dai governi della Repubblica» (p. 190).

    I risultati positivi lo spinsero a un approccio ‘morbido’ sulla questione comunista, notato dagli americani nel suo secondo viaggio a Washington, nel luglio del 1977, quando difese la ‘solidarietà nazionale’ tradottasi in un accordo programmatico votato nello stesso mese tra tutti i partiti coinvolti. A fine anno si arrivò a un documento comune sulla politica estera, favorevole alla distensione e all’integrazione europea e che definiva il Patto atlantico un riferimento fondamentale per l’Italia. Pressato dall’opposizione interna alla DC, contraria all’ingresso richiesto dal PCI nel governo, si dimise nel gennaio del 1978, lavorando con Moro affinché non si spezzasse la trattativa con i comunisti. Reincaricato, aprì sul programma, tanto che il PLI si sfilò, ma senza inserire tecnici di area vicini al PCI, anche se non era personalmente contrario (cfr. Tatò, 2002, pp. 62-65). Solo il rapimento di Moro e la strage di via Fani, il 16 marzo, superò le resistenze del PCI, che votò a favore del governo, ma lo impegnò anche su una posizione di fermezza, di cui Andreotti fu uno dei maggiori sostenitori in pubblico, tanto da subire durissime accuse da parte di Moro nel memoriale scritto durante la prigionia (cfr. Gotor, 2011, pp. 507 s.; Il Memoriale di Aldo Moro (1978)…, 2019, pp. 451-456).

    L’uccisione di Moro da parte delle Brigate rosse, il 9 maggio, se da un lato rinsaldò momentaneamente la maggioranza, dall’altro lasciò la ‘solidarietà nazionale’ senza il suo interprete più acuto. La decisione di far aderire l’Italia al Sistema monetario europeo, nel dicembre del 1978, provocò la fine del sostegno del PCI. Andreotti si dimise nel gennaio del 1979, formando, dopo un fallito tentativo di Ugo La Malfa, il suo V governo con DC-PRI-PSDI, battuto però al Senato per un voto. Portò allora il Paese alle elezioni anticipate di giugno che confermarono oltre il 38% dei voti alla DC mentre il PCI scendeva al 31,5%.

    Dopo le consultazioni, Andreotti restò fuori dai governi Cossiga, convinto della necessità di mantenere un rapporto positivo con il PCI. Si avvicinò all’area Zaccagnini e, insieme a questa, al XIV congresso della DC, tenutosi a Roma nel febbraio del 1980, ottenne il 42% contro la maggioranza raccolta attorno al ‘preambolo’ che chiudeva ai comunisti. Andreotti invece non solo difese la ‘solidarietà nazionale’ ma ne sottolineò l’importanza per il futuro, insistendo sulla distensione. Sottolineò, da presidente della Commissione Esteri, carica che tenne sino al luglio del 1983, la posizione del PCI sugli euromissili, che chiedeva ai sovietici di prendere l’iniziativa per fermare il riarmo della NATO. Andreotti seguì questa posizione con attenzione, tanto da chiedere di inserire nell’ordine del giorno della DC a sostegno del governo in vista della discussione parlamentare del 6 dicembre 1979 la disponibilità a fermare l’installazione dei missili in caso di trattative volte al disarmo tra la NATO e il Patto di Varsavia (cfr. Archivio Giulio Andreotti, Difesa, b. 1011, f. Missili, Lettera di Andreotti a Gerardo Bianco del 28 novembre 1979).

    In un appunto inviato prima del congresso della DC al cardinale Achille Silvestrini, con preghiera di mostrarlo al presidente della CEI (Conferenza episcopale italiana) e probabilmente a Giovanni Paolo II, riassunse le sue posizioni, visto che il dibattito nella DC era conosciuto «in modo approssimativo e distorto» (Archivio Giulio Andreotti, DC, b. 994, f. Adesioni e consensi all’On. Andreotti, Lettera di Andreotti a Silvestrini del 1° febbraio 1980). Andreotti riteneva che la crisi economica non fosse superata e che il PCI non andasse marginalizzato negandogli legittimità democratica, ma auspicando invece, sia pure in forma indiretta, un accordo sui problemi da affrontare, il che avrebbe aiutato i comunisti a preparare (in prospettiva) un’alternativa democratica.La stabilizzazione economica, che considerava indispensabile, aveva bisogno di una ‘gestione politica’, il che implicava un coinvolgimento del PCI e della CGIL.

    IL RITORNO AL GOVERNO E L’ADESIONE ITALIANA ALL’UNIONE EUROPEA (1981-1992)

    Ad Andreotti non sfuggiva l’affanno della DC, confermato prima con il referendum sull’aborto del 1981 con soltanto il 32,1% di sì all’abrogazione della legge, e poi con lo scandalo della Loggia massonica P2, costringendo lo scudo crociato, per la prima volta dal 1945, a rinunciare alla Presidenza del Consiglio.

    Da qui alcune scelte di Andreotti, favorevole all’apertura agli ‘esterni’ che portò all’Assemblea nazionale del novembre 1981, e l’anno seguente, al XV Congresso nazionale sostenitore di Ciriaco De Mita, eletto segretario con il 55% da una maggioranza trasversale formata anche da Flaminio Piccoli, Fanfani e dall’area Zaccagnini, in nome del rilancio del Partito e di una interlocuzione con il PCI sulle riforme istituzionali. Il cattivo risultato delle politiche del 1983, con la DC scesa al 32,9%, portò il segretario socialista Bettino Craxi a capo di un esecutivo sostenuto dal ‘pentapartito’, in cui Andreotti assunse gli Esteri, incarico tenuto dall’agosto del 1983 al luglio del 1989. In quel ruolo sostenne il rilancio dell’ONU nello scenario medio-orientale, in particolare in Libano, cercando di riallacciare i rapporti con la Libia e la Siria e mostrando forte attenzione per la questione palestinese. Anche rispetto all’America Latina si batté per il ritorno alla democrazia in Cile, non esitando a prendere le distanze dagli Stati Uniti sino a condannare in sede ONU l’invasione americana di Grenada nel 1983 (cfr. Giovagnoli, 1996, pp. 221-223).

    Con il sostegno del PCI compì nel 1984 diversi viaggi nei paesi orientali, tra cui l’URSS e la Polonia: fu perciò tra i primi leader occidentali a incontrare Konstantin U. Černenko, segretario del Partito comunista sovietico, e il generale Wojciech W. Jaruzelsky, segretario del Partito comunista polacco. Dopo l’arrivo al potere in URSS di Michail S. Gorbačëv, l’Italia fu uno dei suoi interlocutori più attenti, e neppure sanguinosi episodi terroristici come il dirottamento, nell’ottobre del 1985, della nave da crociera Achille Lauro, l’attentato contro la compagnia di bandiera israeliana El Al e l’americana Twa nel dicembre dello stesso anno all’aeroporto di Fiumicino, e il lancio di missili verso Lampedusa come ritorsione del raid americano contro il leader libico Mu’ammar Gheddafi dell’aprile 1986, ne modificarono la linea. Il rifiuto del governo Craxi di consegnare agli americani i dirottatori dell’Achille Lauro processandoli invece in Italia, con il mediatore palestinese Abu Abbas (poi condannato dalla magistratura italiana come ispiratore dell’azione) che si rifugiò in Jugoslavia, fu anzi salutato come un forte segnale di autonomia e trovò il plauso dell’opposizione comunista (cfr. pp. 229-235).

    L’attenzione di Andreotti al mondo arabo non significava peraltro negare le ragioni di Israele (la famosa ‘equivicinanza’ a Israele e alla Palestina) e mantenne sempre due paletti invalicabili: il rifiuto del terrorismo e il riconoscimento del ruolo degli organismi internazionali, a partire dall’ONU, nel quadro di una politica che restava atlantica. Da qui l’atteggiamento di fermezza verso i libici dopo il 1986, nonostante gli interessi economici italiani in quel Paese (cfr. Andreotti, Gheddafi…, 2014, pp. 128 s.) e la richiesta all’OLP (Organizzazione per la liberazione della Palestina) di rinunciare alla violenza in favore del negoziato: l’iniziativa italiana finì quindi per essere funzionale al disegno stabilizzatore degli Stati Uniti in Medio Oriente (cfr. Riccardi, 2014, p. 274).

    La collaborazione governativa portò Andreotti a mutare la sua posizione dentro la DC: allontanatosi da De Mita, difese il sistema delle correnti interne e attaccò la scelta del sindaco democristiano di Palermo, Leoluca Orlando, di mettere i socialisti fuori dalla Giunta aprendo alle sinistre. Si riavvicinò quindi a Piccoli, Carlo Donat-Cattin e Forlani, quest’ultimo eletto anche con il suo sostegno di nuovo segretario al XVIII Congresso del 1989 (cfr. Giovagnoli, 1996, p. 242). A quel punto Andreotti appariva, alla maggioranza del pentapartito, il miglior punto di equilibrio interno.

    Stando a tutti i sondaggi pubblicati nel corso degli anni Ottanta, Andreotti era del resto il politico italiano più apprezzato. Primo presidente del Consiglio, nel 1976, a partecipare a un talk show della televisione ‘generalista’ come Bontà loro di Maurizio Costanzo, dimostrò, intervenendo in varie trasmissioni, di saper conquistare il pubblico parlando con ironia e arguzia anche di alcuni suoi aspetti privati, dal tifo per la Roma alla passione per le corse dei cavalli (cfr. Gervasoni, 2010, p. 183). A questo si aggiungeva il successo dei tanti libri (ritratti di uomini pubblici, italiani o stranieri, saggi storici, biografie, diari) scritti nel corso degli anni a partire dal volume Concerto a sei voci (1945), in cui aveva ricostruito le vicende del CLN sino alla formazione del governo Parri. Dal 1980 teneva inoltre la seguita rubrica Bloc notes sul settimanale L’Europeo e non aveva mancato di compiere qualche piccolo cammeo in alcuni film, come Il tassinaro di Alberto Sordi nel 1983, confermando la sua lunga passione per il cinema, con tanto di recensioni ai tempi di Azione fucina.

    Con tale persistente popolarità, nel luglio del 1989 formò il suo VI governo (DC-PSI-PSDI-PLI- PRI), in carica sino al marzo del 1991, cui seguì, dopo l’uscita del PRI dalla maggioranza, un VII e ultimo esecutivo, sino al giugno del 1992, che si trovò ad affrontare la caduta del muro di Berlino (novembre 1989) e la crisi dell’URSS. Il leader romano, come fu evidente in occasione della prima guerra del Golfo (1991), quando in sintonia con il Vaticano mostrò estrema preoccupazione per l’opzione militare, immaginava un ruolo importante per l’Unione Sovietica, sostenendone la mediazione con l’Irak che però non portò alcun risultato. Anche rispetto all’unità tedesca e alla crisi jugoslava, i tentativi italiani di giocare un ruolo rimasero frustrati, e pure il processo di pace tra israeliani e palestinesi si realizzò a prescindere dal ruolo del nostro Paese. La crisi dell’Albania comunista, che si tradusse in un fenomeno di emigrazione di massa verso l’Italia, gestito in maniera contraddittoria dal governo, acuì invece la sensazione di una crescente crisi interna (cfr. Varsori, 2013).

    Nonostante qualche timida apertura, il governo fu contrario infatti a qualsiasi riforma del sistema politico, dall’elezione diretta del sindaco alla cancellazione delle preferenze sulla scheda elettorale. Andreotti, insieme a Forlani e Craxi – il cosiddetto Caf – fu indicato perciò come uno dei perni del blocco conservatore, mentre scoppiava intorno a Gladio-Stay behind, struttura paramilitare legata alla NATO e rivelata da Andreotti nell’autunno del 1990, un duro conflitto con il presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che pure nominò Andreotti senatore a vita nel 1991. Cossiga si sarebbe dimesso dopo le elezioni politiche dell’aprile del 1992, con due mesi di anticipo rispetto alla scadenza naturale, in polemica con le maggiori forze politiche del Paese. Nel febbraio dello stesso anno l’Italia aveva aderito al Trattato di Maastricht, che dava vita all’Unione Europea e fissava, individuati una serie di parametri economici e finanziari, il passaggio alla moneta unica per il 1999.

    Nell’arrivo a quel traguardo l’Italia aveva giocato un ruolo importante nel corso del suo semestre di presidenza organizzando, nell’ottobre del 1990, un Consiglio europeo straordinario da cui era venuta una forte spinta all’unione economica e politica, confermata in un secondo appuntamento sempre a Roma, tenutosi a dicembre. La posizione italiana stupì per la fragilità della situazione finanziaria e la severità dei parametri previsti, ma il governo, sotto la spinta del ministro del Tesoro Guido Carli, fortemente voluto da Andreotti, fece un grande sforzo per migliorare la situazione finanziaria arrivando a un attivo del bilancio primario. La lira fu poi agganciata allo SME (Sistema monetario europeo) e fu riformato il sistema bancario.

    Si trattò del maggiore sforzo di ‘europeizzazione’ compiuto sino ad allora, ma nonostante i risultati elettorali del 1992 permettessero la riproposizione della precedente maggioranza, l’esplodere di ‘tangentopoli’, l’uccisione dei giudici Giovanni Falcone (23 maggio) e Paolo Borsellino (19 luglio) con l’elezione alla Presidenza della Repubblica di Oscar Luigi Scalfaro, il 28 maggio, e l’emergere della Lega Nord, trasformarono profondamente il quadro politico. In tale contesto, le pesanti contestazioni nel 1993 delle procure di Palermo e di Perugia verso Andreotti, accusato di associazione mafiosa e di essere il mandante dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli (20 marzo 1979), assunsero il valore emblematico di una messa sotto accusa della classe dirigente che aveva guidato sino ad allora il Paese.

    NELLA ‘SECONDA REPUBBLICA’ (1993-2013)

    In verità le polemiche sulla figura di Andreotti non erano mai mancate. La sua lunga carriera era stata accompagnata dalla fama di ‘principe delle tenebre’, da cui il nomignolo Belzebù affibbiatogli da Craxi in un articolo del 1981, ed era stato spesso accostato ai principali scandali politico-finanziari che avevano scosso il Paese a cavallo degli anni Ottanta, dall’inchiesta sui petroli a quella su Michele Sindona, all’Italcasse e ai fratelli Caltagirone, al Banco Ambrosiano e alla SIR (Società italiana resine), senza dimenticare la tangente Eni-Petronim (cfr. Craveri, 2016, pp. 344 s.). Ne era uscito però sempre indenne, anche quando si era arrivati a inchieste parlamentari, come nell’autunno del 1984 sulla vicenda Sindona, e al voto a lui favorevole alla Camera grazie all’astensione comunista (cfr. Galli, 2003, pp. 217 s.). Le accuse del 1993 toccavano invece i suoi presunti rapporti con la mafia siciliana di cui, attraverso la mediazione di alcuni chiacchierati esponenti della sua corrente, Vito Ciancimino e soprattutto Salvo Lima (ucciso il 12 marzo 1992), Andreotti sarebbe stato a disposizione.

    L’incongruità di una simile relazione è stata notata anche da chi ha evidenziato le contraddizioni sulla non conoscenza della situazione siciliana e ha segnalato sia la realtà del problema dei rapporti tra mafia e politica sia la tentazione della magistratura di spiegare l’intera storia d’Italia a partire da quella relazione (cfr. Lupo, 2018). I procedimenti contro Andreotti, che presenziò a tutte le udienze dei processi, si risolsero, dopo un lungo e complicato iter, in Cassazione con una doppia assoluzione: il 30 ottobre 2003 dall’accusa di essere il mandante dell’omicidio di Pecorelli e, il 15 ottobre 2004, da quella di associazione di tipo mafioso per i fatti successivi alla primavera del 1980. Per il periodo precedente tuttavia si dichiarava prescritto il reato di associazione a delinquere semplice, ritenendo provato un legame con la mafia palermitana, e in particolare con la componente ‘perdente’, anche se la stessa Cassazione precisava, rispetto alla condanna del 2 maggio 2003 della Corte di Appello di Palermo, che

    la «ricostruzione dei singoli episodi e la valutazione delle relative conseguenze», «razionalmente incensurabili» in quanto «espressi in termini logici e conseguenti», erano state effettuate «in base ad apprezzamenti e interpretazioni che possono anche non essere condivise e a cui sono contrapponibili altre dotate di uguale forza logica»Nel lungo intermezzo Andreotti era tornato all’impegno giornalistico dirigendo il settimanale 30 Giorni e rinunciando invece, dopo il fallimento del progetto Democrazia europea alle elezioni del 2001, a un impegno diretto in una formazione politica. Continuò a occuparsi di politica estera sia da membro della Commissione Esteri del Senato sia, dal 1996 al 2008, della delegazione italiana all’OSCE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa).

     

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